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giovedì 11 novembre 2010

lettera a Dinuovo di Luisa Passerini

Care autrici e sostenitrici di “Di Nuovo”,

di questi tempi il semplice fatto di riuscire a unirsi per esprimere posizioni di protesta rispetto alla situazione esistente è degno di attenzione e rispetto. Sono consapevole di quanto sia difficile oggi riflettere e reagire sia individualmente sia collettivamente senza cadere in uno stato di depressione e impotenza. Per questo sono grata a chi ha scritto il documento, e sono convinta che valga la pena impegnarsi in una discussione con e intorno a quanto avete scritto. Infatti “Di Nuovo” contiene, accanto a passaggi sui vorrei esprimere le mie critiche, anche diversi punti che condivido e che mi piacerebbe vedere ulteriormente sviluppati. Do per scontato che ci sia un largo accordo sull’intento di fondo di reagire all’indifferenza di fronte alla gravissima situazione politica italiana, che include il tema centrale del degrado della figura femminile.

Prendendo avvio da questa vostra volontà di fare rete, che si sta prolungando in iniziative in varie città, penso che sia urgente definire meglio, sulla base di un contributo il più vasto possibile, su che cosa costruire la rete, cioè su quali premesse e con quali obiettivi. Attualmente il documento è caratterizzato da un’estrema apertura, ma a mio parere è meglio perseguire un maggior rigore e indicare degli obiettivi concreti e tattici, anche a costo di restringere l’area cui ci si rivolge. Uscendo dal vago, ci si guadagnerebbe in chiarezza e in incisività. Tra gli obiettivi strategici, credo che sia inclusa la costituzione di un soggetto collettivo capace di interloquire con la formazioni politiche, articolato, come voi dite, in maniera elastica e informale. Tuttavia non vedo per ora il collegamento tra questo intento generale e altri scopi più immediati e limitati, così come non vedo (in concreto, anche se lo intuisco) il rapporto tra tale costituzione e l’apertura di un dialogo alla pari tra generazioni di donne, cui si riferisce lo spettacolo “Libere”. La questione dei rapporti intergenerazionali è oggi di importanza cruciale. Intanto non esistono soltanto due generazioni; ne distinguerei almeno tre rispetto al femminismo: “giovane”, “intermedia” (ma vorrei trovare una definizione migliore), “vecchia”. Inoltre non è indifferente, in questo campo, considerare anche le generazioni di uomini, e i loro diversi rapporti con le donne.

Tra i punti che condivido e che vorrei vedere sviluppati c’è la definizione della nostra epoca come “postfemminismo”. Non penso tanto a una discussione in termini di periodizzazione storica, anche se questa in altri paesi ha assunto aspetti interessanti, per esempio negli Stati Uniti, dove sono sorte iniziative di vario tipo definite come femministe di terza o di quarta ondata. Voglio dire che parlare di postfemminismo può essere equivalente a parlare di una nuova fase del femminismo. Comunque, per ora vorrei soprattutto accennare alle implicazioni per il presente che può avere la diagnosi di trovarsi nel postfemminismo rispetto alle intenzioni che concludono il documento.

Nel contesto attuale il punto decisivo è senz’altro la presenza sulla scena mondiale di molti femminismi oltre a quelli del nord-atlantico e in generale dei paesi del nord del mondo. All’interno dei singoli paesi e continenti, la questione si pone anche – non solo – come rapporti tra nativi e migranti, quindi anche tra donne di diverse culture. Questo aspetto non può essere trascurato in una prospettiva di interlocuzione politica, se si vuol parlare di libertà. Il nostro femminismo è stato eurocentrico e non è stata fatta una critica adeguata di questo atteggiamento culturale.

Un secondo punto riguarda il retaggio del femminismo italiano. Trovo inadeguato e sviante il passaggio del documento in cui si dice che nella seconda metà degli anni 1990
“nella opinione pubblica femminile si diffuse il convincimento che ciò che contava era la capacità di rappresentazione simbolica, ossia il coagularsi della potenza femminile intorno a figure carismatiche. E fu scartato un altro possibile percorso, irto di ostacoli, ma trasparente e democratico: quello delle donne che decidono e scelgono le loro leader, a loro volta in grado di giudicare in base a criteri non discriminatori altre donne rappresentative della forza femminile nella società, nelle professioni, nei mestieri, nelle istituzioni.”
Penso che non sia più né utile né sensato continuare a contrapporre le due strade, che interpreto come due anime dell’eredità del femminismo italiano: l’importanza data all’universo simbolico e alla lotta su tale terreno, che comprende in modo rilevante la riformulazione del linguaggio pubblico e privato, da un lato, e la democrazia rappresentativa, dall’altro. Infatti, per quanto riguarda questa seconda strada, si deve riprendere un contributo del femminismo degli anni 70, quello della democrazia diretta o partecipativa propria dell’esperienza del piccolo gruppo, che apporta una correzione importante all’idea di democrazia. Nello spettacolo “Libere”, le due donne fanno riferimento indirettamente alle due eredità, la più giovane quando racconta la sua insofferenza rispetto al linguaggio usato dal suo ragazzo, la più vecchia quando ricorda la possibilità di parlare che l’esperienza femminista aveva aperto a tutte. Per “spezzare i quadri bloccati della democrazia italiana” e “ampliare l’idea di libertà”, come voi dite, nel mondo di oggi – che è massmediatico - le due vie devono essere conciliate, il che significa necessariamente andare oltre le vecchie contrapposizioni tra posizioni diverse del femminismo italiano.

Ulteriore punto dei vostri conclusivi: sono completamente d’accordo sul fatto che la riflessione deve riguardare donne e uomini proprio perché si parla oggi diffusamente di crisi dell’identità maschile. A questo proposito ritengo che non si possa non tener conto della decostruzione operata del pensiero queer non solo dei due generi, ma del rapporto tra sentimenti privati e sfera pubblica, e riconoscere la portata innovatrice di movimenti come quelli che includono i transgender. A questo proposito, ma anche più in generale, mi permetto di mandarvi un intervento che avevo fatto in giugno al Forum lacaniano tenuto a Torino, in cui citavo tra altri documenti anche “Di Nuovo”, con osservazioni critiche (l’intervento è in corso di stampa negli atti del convegno, quindi per ora non può essere pubblicato altrove).

Ci sarebbero altre cose di cui parlare, ma per il momento vorrei terminare sullo stesso punto su cui si conclude il documento, il discorso sul corpo come limite. Anche qui vale il riferimento al postfemminismo, nel senso che il femminismo della mia generazione ha avuto un’idea trionfale del corpo, che poteva sperimentare molteplici forme di sessualità – compreso l’orgasmo – un corpo che era forte e sano e onnipotente, senza pensare alla malattia, alla disabilità, alla morte. Questo discorso va inserito nella più vasta concezione del corpo come “creaturalità” cui voi accennate.

So che quanto ho scritto ha una ricaduta soprattutto culturale e intellettuale. Per questo insisto in chiusura sull’importanza di individuare obiettivi concreti e intermedi oltre al tener conto di esigenze di lungo respiro. Per individuare questi obiettivi si potrebbero creare gruppi di discussione temporanei su alcuni processi in corso relativi all’immagine delle donne, e ai rapporti tra donne e uomini, tra generazioni, tra culture.

Vi mando questi appunti con sentimenti di amichevolezza e solidarietà. Vi ringrazio di averli letti e spero che potremo avere ulteriori scambi.

Luisa Passerini

1 commento:

  1. Gli incoraggiamenti e le osservazioni critiche che Luisa Passerini rivolge a Dinuovo sono per noi un contributo prezioso perché ci confortano nell’idea che sia possibile ritessere rapporti spezzati o interrotti e costruirne di nuovi e perché ci mostrano tutte le insufficienze della nostra elaborazione. Per questo abbiamo ritenuto utile pubblicare la sua lettera sul nostro blog ed aprire un pubblico confronto.
    Per parte mia vorrei, su alcuni punti, provare non a rispondere ma a chiarire le intenzioni espresse soprattutto nel documento.
    Sulla necessità di avere “obiettivi più concreti” sono totalmente d’accordo, tant’è che noi abbiamo indicato delle priorità in quella sorta di promemoria che sono “I settepunti” – lavoro, maternità, violenza ed immagine che riteniamo vere emergenze nazionali. A partire da tali priorità (già indicare le priorità è un atto definitorio) vogliamo procedere, assieme ai gruppi, alle associazioni ai singoli e singole, con cui entriamo in contatto in vista degli Stati generali delle donne italiane, a costruire uno schema di programma. Insomma vorremmo far avanzare contemporaneamente (cioè senza imporre preventivamente determinati punti di vista o soluzioni) la costruzione della rete e la messa a punto di obiettivi concreti e condivisi. Sono state elaborate molte proposte in quegli ambiti, anche precise e argomentate, da singole studiose/i o da associazioni, anche se ispirate a principi a volte contrastanti.Credo perciò che se si va avanti nel superare la frammentazione si possa giungere a proposte frutto di scelte o sintesi il più ampiamente condivise.
    Per venire al dissenso manifestato da Luisa Passerini su alcuni giudizi espressi nel documento mi pare sia utile qualche precisazione. Condivido in pieno l’idea che vada superata la contrapposizione tra simbolico e rappresentanza che ha bloccato il femminismo degli scorsi due decenni in sterili scaramucce identitarie.Si tratta di due piani diversi da far coesistere (autorità e democrazia). La capacità di elaborazione simbolica (linguaggi, rappresentazioni, narrazioni ecc. che fondano l’autorità femminile e che si incarnano in figure in grado di sostenere la pienezza del differire) non è sostitutiva, anzi deve accompagnarsi alla crescita quantitativa di donne nei vari luoghi della decisione e alla piena accettazione da parte loro delle regole democratiche. Per dirla tutta, fare accettare la disparità fra donne (scoglio su cui siamo tutte ancora arenate) richiede produzione di simbolico, ossia ciò che dà conto della differenza di genere (altrimenti non si capisce in nome di chi e di cosa si parli e si domandi la delega) ma si mette alla prova attraverso le procedure democratiche e non nella imposizione/accettazione del carisma.
    Infine una mia richiesta di chiarimento: non capisco come tu, Luisa, che insisti tanto sul simbolico (che postula una forte sottolineatura della natura non fugace, non transitoria, della differenza) sostenga poi il decostruzionismo queer e il transgender che invece puntano alla dissoluzione della differenza e di ogni rinvio allo spessore del simbolico.
    C’è da fare un bel lavoro anche teorico, non c’è dubbio, ma cominciamo anche così, come stiamo facendo.
    Grazie Luisa.
    Francesca

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